La storia del paese

La storia di Calice

I disegni di "Bazar"

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Il disegnatore "Bazar" ricrea gli scorci di Calice Ligure

La Piaggio a Finale

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La nascita della Piaggio a Finale Ligure

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Un po' di cronaca nera...

È opinione diffusa che, in un piccolo centro, il decorso del tempo debba seguire un ritmo pacato, sereno e pacifico; tuttavia, pur nel paesino più sperduto può verificarsi che, dietro l’apparenza della normalità, affiori improvvisa la parte perversa e malvagia dell’animo umano.

Questo per dire che anche Calice Ligure ha una sua cronaca “nera” da raccontare, anzi “nerissima”, essendo stato testimone nel passato di eventi sanguinosi. Si precisa che gli episodi riferiti sono realmente accaduti tre secoli fa e che sono stati tratti dai registri della Curia Criminale di Finalborgo, ora conservati presso il Civico Archivio Storico di Finale Ligure.

L’anno preso in esame è il 1702: nel corso di esso si verificarono ben due azioni criminali scaturite dalla scelleratezza umana. Un delitto, consumato contro una sola persona, accadde in località “Costa” del quartiere Monte; l’altro più cruento, capitò nel quartiere di “Eze”.

Il resoconto inizia dalla tragedia occorsa alla “Costa”. Era la mattina del mercoledì 13 settembre 1702, il Canonico Giuseppe Raimondo (oggi De Raimondi), di Finalmarina, si era portato a Calice, nella sua villa sita nella predetta località “Costa”, villa condotta in affitto da Andrea Sevizzano, detto Barone, nativo di Rialto e dalla di lui moglie Maria Maddalena Mallarino delle Vene.

Il Sacerdote intendeva far trasportare, sopra di un suo asino, uno scandaglio di vino dalla proprietà di Calice sino all’abitazione di Finalmarina; chiamò i suoi fittavoli e non avendo trovato nessuno si recò dal vicino Francesco Capellino, chiedendogli aiuto per trasporto del vino. Il Capellino stava riparando una grata di legno per riporvi sopra i fichi a seccare; seguì il Canonico fino alla casa di questi e, come ordinatogli, si avviò verso la stalla in cui si trovava l’asino per mettergli il basto e poter quindi caricare il vino. Nel passare davanti ad uno stretto stabbiolo, attiguo alla stalla dell’asino, il Capellino intravide l’uscio aperto e scorse a terra, in posizione supina sopra del letame, il corpo di una donna senza vita. Tornò subito indietro senza entrare nella piccola stalla, comunicò al Canonico il ritrovamento, quindi si portò da Bartolomeo Bertone, uno dei Consoli della Villa di Calice, affinché detto Console ne presentasse la debita denuncia al Capitano di Giustizia in Finalborgo.

Lo stesso giorno 13 settembre fu eseguita la ricognizione e l’identificazione del cadavere, che risultò essere quello della fittavola Maria Maddalena Mallarino, moglie di Andrea Sevizzano.

Minuziosa la descrizione redatta dal chirurgo presente alla visita: età 28-30 anni, capelli intrecciati sul capo all’uso delle donne contadine, camicia bianca, traversa di tela attorno al corpo, indumenti in parte macchiati di sangue, piedi scalzi e rosicchiati alla pianta e al calcagno da animali, forse topi. Il labbro superiore ed il naso apparivano schiacciati, conseguenza forse di qualche violenta percossa; una ferita profonda attraversava la fronte, altre due avevano leso le sopracciglia e vi si vedevano lembi di pelle rosicchiati.

Denudato il cadavere e rigiratolo apparvero innumerevoli ferite:

- tredici ferite da punta e taglio sul petto, poco distanti una dall’altra e profonde sino al cuore, ciascuna delle quali sarebbe stata sufficiente a provocare la morte;

- dodici ferite simili nel ventre;

- altre tre nella zona inguinale, tutte procurate con la stessa arma od attrezzo;

- una piccola ferita vicino all’ascella destra;

- cinque altre ferite piuttosto profonde, da punta e da taglio, nel dorso.

Tagliati i capelli comparvero sulla sommità della testa cinque ferite solo da taglio, con offesa del cranio, forse prodotte con picozzino o zappino. Alcuni colpi sarebbero stati inferti dopo la morte per non essere state ritrovate tracce di sangue.

Non fu accertata l’ora del decesso, il crimine si sarebbe verificato con tutta probabilità nella giornata di martedì 12 settembre. Il corpo della sventurata Maria Maddalena ebbe sepoltura il giovedì 14; nessuna presenza del marito venne riscontrata in paese e dintorni nonostante le ricerche.

Iniziò il processo con le interrogazioni dei vicini, cioè delle varie famiglie Capellino, che abitavano poco distanti dalla villa del Canonico, ma le loro testimonianze non riuscirono a ricostruire il fatto e tanto meno a dare una spiegazione al delitto. Si venne soltanto a sapere che il martedì antecedente il ritrovamento, Andrea Sevizzano, dopo alcune reticenze, aveva confessato a Maria Capellino una lite con la moglie ed il successivo uxoricidio; aveva fatto la stessa confessione, la sera del martedì, alla famiglia Bianchi di Rialto.

Dopo le due presenze, successive al delitto, segnalate a Calice e a Rialto, Andrea Sevizzano fece perdere le sue tracce e non fu mai più visto nel Finalese. Comparve quasi un anno dopo nel territorio di Murialdo, fuori dalla giurisdizione del Marchesato del Finale, da dove avrebbe fatto sapere di essere lui il colpevole, precisando che se la moglie non fosse morta in quell’occasione l’avrebbe ammazzata comunque di nuovo.

Non si è a conoscenza dell’epilogo della vicenda a causa dell’incompletezza dei registri criminali, consta comunque che Andrea Sevizzano fu condannato per uxoricidio.

Il secondo delitto, che fu compiuto durante la Settimana Santa dello stesso anno 1702, ci trasferisce nel quartiere di Eze.

Nella notte tra il martedì 11 e il mercoledì 12 aprile trovarono la morte per strangolamento l’alfiere Pietro Massola di Damiano e la di lui moglie Antonia Aicardi. Seguendo la prassi uno dei due Consoli di Calice, Nicolò Gibbone, appena avuta notizia della tragedia si recò a Finalborgo per denunciare il fatto al Capitano di Giustizia. Durante lo stesso giorno di mercoledì il Notaio Regolatore, un chirurgo ed alcune guardie, si portarono, cavalcando, sino ad Eze presso la casa Massola, per gli adempimenti del rito.

Ecco quanto si presentò ai loro occhi. In una camera (lunga circa dieci passi e larga cinque, con il pavimento di tavole, due piccole finestre sulla strada ed un letto appoggiato al muro da due parti) stava il cadavere di un uomo, a terra, con la testa verso l’uscio, coperto con un cappotto blu ed una coperta di lana bianca. Era disteso sul fianco destro tenendo la guancia appoggiata al suolo e la mano chiusa a pugno quasi sotto la guancia; la mano sinistra, sempre chiusa a pugno, a contatto della faccia. Il cadavere era nudo, i capelli scuri un po’ grigi, età apparente anni quaranta circa, le gambe piegate una sopra l’altra come in atto di riposo. Attorno al collo, livido e tumefatto, fu notato un capestro di corda; il viso era spaventoso, sporco di sangue, senza alcuna tracci però di ferita o percossa. La morte, dovuta a strozzamento, non sarebbe stata istantanea: lo provavano i graffi sopra la guancia, il mento la spalla e la gola procurati con le unghie dallo stesso Massola nel tentativo di allentare la stretta della corda.

Sul letto, trasversalmente e sopra un materasso di lana, c’era il cadavere di una donna, appoggiato sul fianco sinistro come in atto di dormire, la mano sinistra sotto il capo e la destra verso la gola, capelli rossicci e intrecciati, gambe piegate, vestita di una sola camicia di tela. Rivoltato il corpo si vide il volto livido, tumefatto e sporco di sangue, attorno al collo due giri di corda e numerose lacerazioni della pelle procurate con le unghie. Anche per la donna la morte non dovette essere istantanea, la sua età era di venticinque anni, portava orecchini di argento dorato ed al collo una stringa di seta rossa da cui pendeva una piccola croce di osso nero contenente reliquie di santi.

Sopra il letto, vicino al muro, stava una piccola culla di legno con dentro alcuni indumenti.

I cadaveri furono identificati per quelli dei coniugi Pietro ed Antonia Massola.

Toccò all’anziano genitore Damiano Massola, che abitava nella stessa casa, scoprire il duplice crimine la mattina del mercoledì. Dalla sua deposizione si viene a sapere che la sera precedente si era messo a letto molto presto, dopo alcune ore di sonno era stato svegliato da alcune grida che egli attribuì ad un diverbio tra i coniugi, in quanto la nuora non avrebbe lavato una giara ove riporre dell’olio. Udì anche passi di persone sul pavimento di tavole, ma non vide nessuno e poi riprese sonno. Il mattino seguente trovò la porta della camera spalancata e le finestre chiuse, apertele notò i due corpi senza vita e nella culla il nipotino di circa sei mesi che stava dormendo; constatò anche la sparizione di indumenti, di un archibugio e di denaro contenuto in una cassetta di legno scassinata. Non seppe precisare la quantità dei soldi rubati e spiegò che il figlio non glieli lasciava vedere poiché a causa dell’età avanzata non era in grado di maneggiarli; a suo giudizio la cassetta avrebbe dovuto contenerne per un valore non indifferente, in quanto in quei giorni il figlio aveva avuto la restituzione di una somma concessa in prestito, inoltre ne aveva ricavato un’altra dalla vendita di circa cinquanta scandagli di vino. Non c’era alcun avanzo del pane che il figlio aveva acquistato la sera precedente a Calice; era stata portata via senz’altro anche della pasta avendo ritrovato accanto al corpo steso a terra alcune “relle” di fidelini, beccate dalle galline entrate successivamente nella stanza.

L’anziano Massola racconta che il figlio, rimasto vedovo, si era risposato verso la fine di settembre dell’anno 1701 con Antonia Aicardi di Bardino, la ragazza che era a servizio nella casa e dalla quale aspettava un figlio ancor prima del matrimonio. Secondo l’usanza del tempo, conservatasi quasi tra l’altro si quasi ai nostri giorni specialmente nelle zone di campagna, in occasione delle nozze di una persona vedova gli amici e i vicini solevano “suonare i corni”, facevano baccano con i sonagli che appendevano al collo degli animali i con i martelli battevano sopra delle tavole. Il concerto durava per un certo numero di sere, fino a tanto che non veniva pagato il tributo dello sposalizio mediante vino od altro.

In vista delle seconde nozze del Massola tutto il quartiere di Eze, San Bernardo in su, non si lasciò sfuggire l’occasione, suonò ripetutamente i corni e una domenica mattina un centinaio di persone salirono alla casa dei Massola, costringendoli ad asserragliarsi in casa e a non uscire nemmeno per andare a messa. Lo sposo no volle fare alcuna concessione e non offrì nulla da bere, preferì consegnare al Prevosto tre o quattro lire in suffragio delle anime del Purgatorio. Secondo il vecchio padre avrebbe avuto inizio da questo episodio la malevolenza e l’ostilità nei confronti del figlio; inoltre, essendo notorio il possesso di qualche soldo, non mancavano invidie e gelosie da parte di molti.

I coniugi Massola ebbero sepoltura nel giorno del Giovedì Santo.

Incominciò subito il processo, seguirono innumerevoli interrogatori e varie perquisizioni volte a recuperare la refurtiva. Due persone, accusate di complicità, riuscirono ad allontanarsi dal Marchesato; tre i rei confessi: un abitante di Eze (soprannominato il Botto), un certo Damiano Serrone ed un giovane nativo di Bormida (detto Carlo della Bibina).

È interessante osservare come nel processo in esame si sia fatto uso della tortura, più precisamente del “tormento della corda”, per strappare la confessione quando nella deposizione dell’accusato si riscontravano evidenti reticenze o contraddizioni e i ripetuti ammonimenti a dire la verità non erano tenuti in considerazione. L’imputato veniva trasferito nella stanza del tormento, spogliato, legato ai polsi con le braccia dietro la schiena, applicato alla fune e sollevato in altezza per cinque o sei braccia. Rimaneva così in sospeso per un tempo anche abbastanza lungo: se riusciva a sopportare la tortura, non confessando nulla, era considerato innocente, ma il più delle volte il fisico non resisteva alle sofferenze ed alla sete e soltanto la confessione riusciva a far cessare il supplizio. La verità rivelata sopra la corda era poi confermata e ratificata dopo la discesa a terra e la liberazione dalla fune.

Il processo del delitto di Eze comportò lunghe e varie indagini, consta di numerosi interrogatori, la lettura dei quali non è stata finora ultimata. La descrizione completa formerà oggetto di una prossima specifica pubblicazione.

Cronaca nera registro

Prima pagina del registro dove si legge che il Console BARTOLOMEO MASSA della Villa di CALICE denuncia il fatto avenuto nella località COSTA NEL QUARTIERE MONTE.

Copertina registro cronaca nera

Copertina del registro

 
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Carlo Croce, che risiede a Montevideo, ma con profonde radici calicesi e un legame indissolubile con il nostro paese ci presenta il suo sito web dedicato al mondo dell'agricoltura

montenativo

(per l'occasione il sig. Croce ha preparato una pagina in italiano per i lettori di Calice Ligure)